Pangeaprogettoitalia contro la violenza sulle donne
La violenza di genere è un fenomeno trasversale, per età ceto sociale, condizione economica. Un fenomeno sommerso, ma purtroppo diffuso, nascosto dietro le porte e i muri delle case che ci circondano.
Sono molte le realtà che ogni giorno con forza denunciano e si adoperano per far sì che le donne vittime di abusi possano riacquistare una vita. E i risultati non sono da poco.
Pangea con pangeaprogettoitalia, dal 2008 ha aiutato, grazie ai centri antiviolenza partner (la cooperativa Cerchi d’Acqua di Milano, l’associazione Lilith di Latina, la cooperativa WIN di Caserta e il centro antiviolenza de L’Aquila Associazione Donne Melusine) oltre 1000 donne, con orientamento e percorsi di recupero
Ogni centro partner viene sostenuto su programmi specifici. Per esempio, presso l’Associazione Lilith di Latina, Pangea sta finanziando un programma volto al recupero del rapporto madre/figlio nella casa rifugio del centro – che ha già accolto 11 donne e 17 bambini – grazie a percorsi innovativi che coinvolgono l’aspetto alimentare e la pet-therapy, per il recupero del concetto “prendersi cura di”, minato dai vissuti di violenza.
La cooperativa Cerchi d’Acqua di Milano sta portando avanti un progetto di psicoterapia, e grazie a pangeaprogettoitalia dal 2008 ha seguito 34 donne che hanno recuperato la capacità di relazionarsi e reinserirsi socialmente.
Grazie a Pangea la Cooperativa Sociale WIN di Caserta le operatrici di Caserta offrono consulenza e assistenza legale a quante si sono recate presso il centro, seguendo l’iter di 35 casi. E proprio a Caserta inizierà l’erogazione dei primi microcrediti nel mese di febbraio.
Il Centro Antiviolenza de L’Aquila è entrato a far parte del progetto nell’ultimo anno, e grazie al progetto ora dispone di una nuova sede, dopo che la precedente era stata resa inagibile dal sisma, e può seguire i 37 casi presi in carico nelle tendopoli.
Il progetto dispone anche di uno Sportello Antiviolenza on line, (www.sportelloantiviolenza.org ) che dal novembre 2008 offre un servizio di consulenza sul web, per quante hanno quesiti relativi alla violenza, e sta registrando un crescente interesse. Sono ormai oltre 350 le iscritte al forum, al quale rispondono le esperte dei vari centri inseriti in pangeaprogettoitalia, e oltre 13.000 i contatti al sito, in poco più di due anni di attività.
Appoggiare campagne di boicottaggio come pratiche non violente
La rete internazionale delle Donne in Nero si oppone alle guerre e ad ogni tipo di violenza: da più di venti anni impegnate per una pace giusta in Medio Oriente, che metta fine alla politica coloniale israeliana e alle continue violenze, sofferenze e punizioni collettive subite dalla popolazione palestinese, causate dall’occupazione illegale dei territori palestinesi, dalla politica di apartheid e dall’assedio della Striscia di Gaza.
Le Donne in Nero israeliane si sono formate immediatamente all’inizio della prima Intifadah opponendosi all’occupazione voluta dal loro governo.
Dopo il massacro di Gaza del 2008/09, in cui l’esercito israeliano si è macchiato di gravissimi crimini di guerra (1.400 morti fra cui 400 bambine/i) la situazione si è fatta molto più grave.
Per questo le Donne in Nero della rete italiana hanno deciso di aderire alla campagna mondiale BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) lanciata nel 2005 dalla società civile palestinese, il Boycott National Committee (BNC), formato da oltre 170 organizzazioni, comitati, partiti e sindacati palestinesi, campagna sostenuta da associazioni, movimenti e anche istituzioni governative in Europa e nel mondo.
Riportiamo i motivi che l’organizzazione adduce per supportare l’iniziativa: “Sosteniamo inoltre la campagna dell’Autorità Palestinese per il boicottaggio dei prodotti nei Territori occupati, “La tua coscienza, la tua scelta”, attuata attraverso la legge che proibisce la distribuzione e il consumo dei prodotti delle colonie illegali israeliane e la mobilitazione di migliaia di giovani donne e uomini con cui il BNC collabora. Sosteniamo infine la campagna “Boycott from Within”, lanciata a sostegno del BDS da un vasto arco di associazioni nonviolente israeliane, fra tutte vogliamo citare la Coalition of Women for Peace e la WILPF israeliana.
- Il boicottaggio è una pratica nonviolenta di non-collaborazione all’ingiustizia
- Il boicottaggio economico si pratica sulle merci prodotte nelle colonie israeliane illegali perché costruite nei Territori Occupati e sulle merci prodotte da ditte o da multinazionali che sostengono l’occupazione. Cittadine/i, consumatrici/ori rifiutano di acquistare determinate merci prodotte senza rispettare i diritti umani, i diritti del lavoro e le norme ambientali ed esigono l’applicazione integrale degli accordi commerciali fra UE e Israele e il rispetto della legalità internazionale..
- Il boicottaggio culturale denuncia gli accordi stipulati da Università, Enti locali e altre Istituzioni italiane per collaborazioni tecnologiche, scientifiche e culturali con Istituzioni israeliane compromesse con l’occupazione. Il Governo israeliano infatti utilizza il mondo universitario, i film, le opere letterarie, il turismo ecc. per promuovere l’immagine di un paese normale, in pace, felice, democratico che cancelli quella di una potenza occupante che opprime e viola sistematicamente i diritti del popolo palestinese. Naturalmente il boicottaggio culturale non intende essere applicato a chi sostiene la lotta nonviolenta contro l’occupazione militare e l’applicazione del diritto internazionale.
Come cittadine italiane chiediamo l’abrogazione degli accordi militari con lo Stato d’Israele. La collaborazione attuale dello Stato italiano con un regime oppressivo come quello israeliano è una luce verde all’attuazione di altri crimini e alla violazione di altri diritti del popolo palestinese.
Il boicottaggio non è contro gli israeliani e meno che meno contro gli ebrei, ma contro il governo israeliano, contro l’occupazione militare dei Territori palestinesi e gli insediamenti di coloni sempre in aumento, contro l’economia di guerra. Ad esso associamo iniziative per il diritto allo studio delle/dei giovani palestinesi e ci impegniamo a mantenere contatti con donne israeliane e palestinesi che sostengono la campagna BDS e a promuovere loro interventi in Italia.
Crediamo che il BDS sia uno strumento necessario per fermare la politica di espansione coloniale israeliana e per rendere Israele responsabile delle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani; crediamo sia anche uno strumento di comunicazione per far conoscere la situazione della Cisgiordania e di Gaza e per rompere il muro di diffidenza verso il popolo palestinese.”
Scende il numero totale degli affamati nel mondo secondo l’Onu
Secondo recenti rapporti dell’Onu, il numero totale degli affamati nel mondo è sceso per la prima volta in 15 anni. Purtroppo quasi un miliardo di persone continua a soffrire la fame e non ha accesso a risorse alimentari adeguate. Inoltre oltre 2 miliardi di persone sul pianeta soffrono della cosiddetta “fame nascosta”, o carenza di micronutrienti – evidente nei bambini che non raggiungono uno sviluppo normale.
Il mancato accesso alle risorse idriche, il crescente impatto dei cambiamenti climatici, la crisi dei mercati locali e nazionali, le infrastrutture inadeguate, le politiche nazionali fragili, unitamente alla mancanza di responsabilità politica e di interventi da parte della comunità internazionale, acuiscono la crisi alimentare.
Oxfam in un rapporto pubblicato in occasione del vertice di New York sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, sottolinea come di vitale importanza siano le politiche e i programmi che aumentano gli investimenti dei paesi poveri in settori chiave come l’agricoltura. Importante è l’impegno da parte dei paesi ricchi che di quelli poveri, per aumentare di 75 miliardi di dollari l’anno gli investimenti da destinare allo sviluppo rurale, alla sicurezza alimentare, alla protezione sociale, all’assistenza alimentare e ai programmi di nutrizione.
Nell’Africa subsahariana e in altre regioni, le principali responsabili della produzione del cibo e dell’approvvigionamento dell’acqua e del combustibile per cucinare sono le donne, ma anche i soggetti più deboli.
L’Italia ha un ruolo fondamentale nella riduzione dell’insicurezza alimentare, in qualità di paese membro del G8 e del G20 e dei suoi forti legami con i paesi del Sud del mondo. Eppure manca ancora una risposta coerente e coordinata a livello globale.
Alcuni paesi hanno raggiunto risultati significativi nella riduzione della fame combinando politiche efficaci e investimenti e i paesi poveri devono adottare politiche e programmi che facciano aumentare i loro investimenti pubblici in settori chiave, inclusa l’agricoltura.
I donatori da parte loro devono farsi avanti per fornire un sostegno ai paesi poveri, che permetta il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio entro il 2015.
Petali di rosa contro le mutilazioni genitali femminili
Il 25 novembre ricorre la Giornata di sensibilizzazione sulla violenza di genere indetta dalle Nazioni Unite: essa apre i “16 giorni di mobilitazione sulla violenza contro le donne”fino al 10 dicembre, cioè la Giornata internazionale sui diritti umani.
Quest’anno, la END FGM promuove una campagna di raccolta firme per a un appello rivolto alle istituzioni europee: chiedere un più deciso impegno per la prevenzione delle famigerate MGF (Mutilazioni dei genitali femminili). Il tutto da effettuarsi con interventi coerenti e coordinati nel territorio dell’Unione Europea e in Africa. In Italia la campagna è condotta dall’AIDOS (Associazione italiana donne per lo sviluppo), in collaborazione con Amnesty International, sezione italiana e ad essa aderiscono: UDI – Unione Donne in Italia e AIDOS Sardegna.
Il petalo di rosa, metafora della clitoride mutilata, diventa il simbolo della speranza per un futuro per tutte le bambine, ragazze o donne che invece subiscono queste mutilazioni.
I petali di rosa firmati e le firme raccolte verranno poi consegnati ufficialmente ai rappresentanti delle istituzioni europee nel corso di un evento organizzato da END FGM presso il Parlamento europeo. La campagna verrà lanciata a livello internazionale durante la “Conferenza sulla violenza di genere” organizzata dalla Commissione Europea a Bruxelles (25 e 26 novembre 2010).
Per saperne di più consultate il sito: www.endfgm.eu
Indonesia: test di verginità per l’iscrizione a scuola
La proposta presentata dal deputato locale Bambang Bayu Suseno al Parlamento di Jambi (provincia nella costa est dell’isola di Sumatra, Indonesi), suscita inquietanti interrogativi: si vorrebbe sottoporre le studentesse per ammetterle a scuola ad un test di verginità.
Secondo Suseno, il test di verginità protegge “automaticamente” le ragazze nella loro dignità.
Linda A. Gumelar, capo del ministero per le donne, ha definito la proposta “contraria ai diritti umani”, in quanto il diritto all’educazione è per tutti.
anche la popolazione non vede assolutamente come rilevante il test: lo confermano interviste nella provincia effettuate Tribun News.
Contro la proposta anche Henry Mahur, presidente della sezione locale del Partai Keadilan Sejahtera, il maggiore partito islamico del Paese.
Ma perché una proposta del genere può arrivare fino al parlamento?
La vicenda è lo specchio di una situazione in cui avviene un vero e proprio clash culturale in atto tra chi, nella società indonesiana, va ad adottare comportamenti più simili a quelli occidentali, mentre la classe dirigente si arrocca nel difendere una proposta molto restrittiva dei valori musulmani e propugna un controllo della moralità delle donne.
In questo scontro sono sempre le donne che vanno a rimetterci e vengono colpite nei diritti fondamentali.
On line un rapporto sulla comparazione delle normative antidiscriminazione nei 27 paesi EU
On line sul sito della Commissione europea un rapporto sulla comparazione delle normative antidiscriminazione nei 27 paesi EU, disponibile in lingua inglese: “Developing anti-discrimination law in Europe”. Il rapporto comparativo raccoglie e confronta tra loro tutte le leggi antidiscriminatorie in vigore nei 27 paesi dell’UE.
In esso sono state evidenziate le tendenze e le attività dei diversi stati membri per la trasposizione e l’implementazione delle direttive aeuropee anti discriminazione (2000/43/EC and 2000/78/EC).
L’UE possiede infatti alcune tra le norme antidiscriminazione più avanzate al mondo. La legislazione europea in materia si basa sul Trattato di Amsterdam il quale, introducendo l’art. 13 al Trattato istitutivo della Comunità Europea entrato in vigore nel 1999, ha conferito al Consiglio il potere di adottare “i provvedimenti opportuni per combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali”.
Vediamo un pò di storia della corrente direttiva sulla parità di trattamento in materia di occupazione (2000/78/CE) che tutela tutti i cittadini comunitari dalle discriminazioni per motivi di età, handicap, orientamento sessuale, religione o credo sul luogo di lavoro.
La direttiva sull’uguaglianza razziale (2000/43/CE) vieta la discriminazione basata sulla razza o sull’origine etnica sul luogo di lavoro e in altri ambiti della vita quali l’istruzione, la sicurezza sociale, la sanità e l’accesso a beni e servizi.
Inoltre la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (Nizza 2000) ha sancito espressamente il diritto di uguaglianza davanti alla legge (art. 20) e il divieto di qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali (art. 21).
Ma per le donne? Ancora il cammino è lungo ma qualcosa si muove in avanti. Ritorneremo in un prossimo post sull’argomento.
Progetto Jamila: scopriamolo insieme
Iniziato nell’area di Kabul nel marzo 2003, il progetto Jamila della fondazione Pangea Onlus ha coinvolto 1.800 donne. Se oltre trent’anni di guerra hanno inginocchiato l’Afghanistan, spogliando le infrastrutture ed impoverendo il tessuto economico-sociale, la Fondazione Pangea è intervenuta con decisione dalla parte delle donne afgane aiutandole ad assumere nuovi compiti per partecipare attivamente alla ricostruzione del loro Paese.
Presenti dunque fin da marzo 2003 a Kabul, gli operatori della Fondazione Pangea hanno lavorato attivamente, creato un circuito di microcredito e hanno consolidato altri servizi di tipo finanziario e sociale in collaborazione con alcune ONG femminili del luogo.
Dal 2007 Pangea ha dato in mano alle donne afghane il progetto: HAWCA è subentrata come ONG afghana partner principale, incorporando lo staff di Pangea. Oggi le associazioni partner per il microcredito sono AWRC, HPWO, ASCHIANA.
Le donne a Kabul sono in particolari situazioni di marginalità economica e/o sociale, ma grazie a questo progetto, le beneficiarie frequentano corsi di alfabetizzazione, aritmetica, diritti umani , igiene e salute riproduttiva. Garantito anche l’accesso a cure sanitarie gratuite fino a un costo massimo stabilito in base ai bisogni.
Una volta completata la formazione, le donne ricevono un microcredito dall’entità variabile: da un minimo di 150 a un massimo di 400 Euro.
Questo consente loro di dare il via ad un’attività che genera non solo reddito, ma dignità e indipendenza psichica e sociale.
Sempre all’interno del progetto sono previsti incontri di animazione e socializzazione, allo scopo di ripreistinare e incentivare il dialogo e la solidarietà tra le donne.
Somalia: mortalità infantile alta e salute delle donne in pericolo
Uno scarso livello di istruzione e una mancanza di accesso ai servizi sanitari in molte aree rurali della Somalia, paese dilaniato dalla guerra hanno aumentato il rischio rispetto alla nascita e alla maternità.
Il parto a casa e quelle in ospedale comporta un’enorme diffrenza per le salute delle donne in Somalia: spesso le levatrici tradizionali utilizzano coltelli sporchi e così il rischio di infezioni e morte aumenta, nonostante le nascite siano comunque un successo, constata Habiba Isack Adan Hurmo, dottore in Galkayo, Mudug Region nella Somalia centrale.
Secondo l’UNICEF, 1.000 sono le donne che muoiono su 100.000 che danno alla luce un bimbo in Somalia, e il rischio di morire di parto è di una donna su 12.
Sempre secondo la testimonianza di Hurmo, sono le più giovani che rischiano, proprio per la mancanza di consapevolezza sulle possibilità di effettuare il parto in ospedale.
Hurmo aggiunge di avere esperienza di molte donne provenienti dalle aree rurali che dichiarano di aver avuto più di 8 parti in casa, in cui il proprio bambino è deceduto. I centri di maternità sono distanti e quindi la soluzione più alla portata di mano è appunto il parto effettuato in casa.
I rischi sono alti: possibilità di dissanguarsi e di emorragie, caduta della placenta, infezioni e malattie trasmesse a causa di sangue contaminato.
Sempre secondo il dottor Hurmo, è proprio l’analfabetismo che aumenta il rischio di morte per le madri di 15 anni, specie se vivono con mariti non istruiti.
Secondo l’aggiornamento del rapporto di settembre sulla salute del WHO, il problema più grave nel centro-sud della Somalia è la sospensione e il ritiro delle operazioni delle NGOs e delle più importanti associazioni umanitarie, a causa dell’impossibilità effettiva di accedere a molte aree, purtroppo altamente rischiose e insicure.
Mohamed Hussein Eid, Ministro di Salute responsabile dell’area del Galmudug, ha dichiarato che il Ministero recentemente ha creato 7 nuovi centri di maternità nelle aree di Hobyo, Elgual e Bandiradley per migliorare i servizi sanitari e arginare le zone con il più alto tasso di mortalità legata al parto.
Afganistan: diminuisce di poco la mortalità infantile e materna legata al parto
La mortalità infantile in Afghanistan purtroppo non diminuisce sensibilmente, nonostante i milioni di dollari spesi negli ultimi 9 anni.
Quasi un decennio di donazioni da varie fonti (World Bank, USA ed UE) per supportare progetti sulla salute delle donne in maternità hanno portato ad una marginale riduzione della mortalità per madri e bambini secondo le stime di un recentissimo report delle Nazioni Unite sull’argomento.
La diminuzione è da 1.600 su 100.000 nascite nel 2001 a 1.400 in 2010. La mortalità infantile è scesa dal 165 su 1.000 in 2001 a 111 nel 2008, mentre la mortalità dei bambini al di sotto dei 5 anni è diminuita dal 257 al 165 per 1.000 unità, secondo il rapporto Trends in Maternal Mortality 1990-2008, presentato al Summit sui Millennium Development Goals (MDGs) tenutosi in New York dal 20 al 22 settembre.
Quali i progressi? Attraverso una rapida espansione del servizi sanitari su 80% del territorio e uno sviluppo della campagna di immunizzazione negli ultimi anni, stando a quanto dichiara il Ministro della Salute Dalil, sono tangibili miglioramenti.
Mancanza di istruzione, mancanza di strade, penuria di personale sanitario, bassa qualità nell’erogazione dei servizi sanitari e scarsità di cibo: questi i maggiori ostacoli da superare, continua Dalil.
Infatti l’Afghanistan secondo l’UNICEF si posizionava l’anno scorso come il paese peggiore su ben 202 in termini di mortalità infantile e materna: 1 donna su 8 qui affrontava un rischio continuo di morte collegato alla gravidanza e al dare alla luce nel 2009 e oggi sarebbe migliorato di poco (1 donna afgana su 11).
La cosa che fa riflettere è che nonostante un 54% di aumento della spesa nella salute pubblica negli ultimi 6 anni (da 163.6 milioni di dollari nel 2004 ai 277.7 del 2009), risultano solo 10.92 dollari pro capite, cifra bassa rispetto ai 15-30 raccomandati dal WHO.
Fondazione Pangea. Speciale Elezioni Afghanistan.
In diretta giorno per giorno lo sguardo e le voci delle donne per una testimonianza sulle elezioni parlamentari del 18 settembre.
Le votazioni eleggeranno 249 membri della camera bassa (wolesi jirga) di cui 68 seggi saranno destinati alle donne.
Pangea è in Afghanistan dal 2003, con il progetto Jamila, un progetto di microcredito per le donne della periferia di Kabul.
Le responsabili del progetto a Kabul saranno in contatto diretto con l’Italia per aggiornamenti in tempo reale sulla situazione pre e post elettorale, come reporter esclusivi che potranno riportare le reali condizioni che accompagnano questo importante momento.
Lo staff di Pangea a Kabul, verrà raggiunto dal Presidente della Fondazione Luca Lo Presti e dalla Responsabile progetti Simona Lanzoni, per aggiungere la propria voce per descrivere il dopo elezioni, con collegamenti audio e video e con articoli dettagliati.
Vedi lo speciale Elezioni Afghanistan sul sito della Fondazione.

